Dormivano abbracciati e pacificati sul materasso. Stanchi. Sfiniti. Pieni di quella giornata che li aveva portati di nuovo fin là, nel loro nascondiglio, nell’angolo che avevano trovato per trovarsi. Loro.

Un ultimo giorno d’estate li aveva accolti tutti e due in uno stesso parco, a distanza di metri, ognuno perso nel suo intensissimo gioco d’esser solo e alla ricerca di altro.

Lei infinitesimale, con le sue gambe di bambina, leggere e veloci, come fogli, fogli di seta, i capelli raccolti in una coda a casaccio, perfetta però, e gli occhi vivi, vivi più di ogni altra cosa in lei, più delle mani sui tasti bianchi e neri o sulle pagine sfogliate, più dei suoi piedi nelle corse e negli specchi. Lui misteriosissimo, nel suo esser un piccolo punto esclamativo subito dietro ad uno interrogativo.

Occhi solo suoi, se provavi a dargli un colore non sapevi, erano verdi foglia sì, ma di una profondità senza via di scampo: buchi neri. Musica, in testa. E intorno cielo. Una cartella di cuoio, dentro oggetti impensabili, borsa delle sue magie e di quei giochi che solo lui sapeva inventare, con quelle luci a splendere nello sguardo, inventava e poi dimenticava, per poi reinventare. Mani leggere, sarà il suo esser musica. Ogni angolo, una scoperta e un possibile viaggio da qui a lì, con un ritorno sempre incerto, come il suo camminare trasognato. E’ bambino, attende e gli occhi gli si chiudono. Attraversati dal mondo tutto. Non sono specchi quelli no, sono bersagli per le immagini, le immagini i suoni le parole le note i colori i dolori come frecce, a colpire dritti e a trapassare- non c’è nessuna pietà in questo- il bersaglio.

Lui e lei. A giocare senza riuscire a trovarsi. Senza conoscersi. Parco d’estate quasi finita. Agosto, forse. Una palla, volata più in là. Immaginaria, tra l’altro.

Correre a riprendersela - lui- e trovare una bambina nascosta dietro un albero. Che fai? Gioco a nascondino. Non c’è nessuno che ti cerca. Però qualcuno mi ha trovato.

Sorriso per sorriso.

Scoperti così, si sorseggiarono bevendo l’uno dell’altro il sapore nuovo d’essersi sempre saputi. Era stata solo un’intuizione quella palla sbagliata. L’intuizione d’esser sulla strada giusta. Non avevano più due teste strane ora, ma una completamente irreale, non c’erano due immaginazioni strampalate e sbilenche in giro ma un guidare unico una sola e solida fantasia, non c’erano più due bambini in cerca della loro vita, ma due piccoli mondi e la loro rinascita.

Il bello non è esser bambini per sempre, le diceva lui, ma tornare ad esserlo.

Avevano scoperto quel nascondiglio per caso. Avevano scoperto com’era bello avere un posto lontano e segreto, irraggiungibile come non esistesse, come non esistessero. Era più di ogni altra cosa, rifugio. E lo curavano quasi fosse una casa intera. Pulivano e spostavano, e spostavano e pulivano, con panni bianchi. Tutto quello che vi avevano trovato e tutto quello che ci avevano portato. Di nascosto, questo è ovvio. Toglievano la polvere e la casa ai ragni. Poi si fermavano e guardavo un po’, cominciavano a selezionare quello che era rimasto nei loro panni bianchi, tutti quegli oggetti puliti. Quello che non aveva senso, e quello che invece piaceva loro. Lasciando poi, alla fine, solo un oggetto che diventava “la cosa del giorno”. Lo prendevano e sembrava tenessero in mano la Fragilità, poi lo nascondevano nell’angolo più protetto.
Per esser sempre sicuri di non perderlo alla luce. Per esser sicuri che la luce non facesse con i loro segreti quello che faceva con i sogni. Che non se li portasse via.

Si abbandonavano sul materasso stanchi e sfiniti, dove cominciava la fantasia e tutto era permesso. Se li guardavi, quei due, nel loro posto irraggiungibile, non riuscivi a capire mai quanti anni potessero avere. Bambini minuscoli e adulti ragionevolmente maturi. Non lo capivi, davvero.

Era un abbraccio che non si poteva capire. Un gioco preferito, quello perfetto.

Il resto è tempo che passa, il resto è niente che scorre ma li aspetta, quei due. Li aspetta.

Aspetta che ora si risveglino, e corrano via, verso distanze che li separano, aspetta che poi scenda un sogno di notte sulla loro stanchezza fiduciosa e posi del miele tra le loro dita, aspetta che sia mattina. Poi aspetta, il loro aspettarsi. Correre e trovarsi.

Il tempo li aspetta sai?,  e un orologio senza lancette è quel che loro oggi hanno scelto e nascosto nell’angolo più buio.

Il loro segreto oggi è che non è mai esistito tempo per loro.

Beneeeee / venerdì, 30 novembre 2007 / 13:59 / Permalink
commenti (7) / commenti (7) [PopUp]

In ---> 022 dormivano abbracciati e paci

Pensavo a questo fatto strano, che ora un po' mi fa paura quello che scrivo perchè ci vedo tutto il mio cambiamento. Come fosse uno specchio. Il mio scomodo specchio. Ci pensavo stamani a scuola, mentre mi mimetizzavo fingendo presenza. E mi è venuta in mente questa dopo un po'. Ovviamente, Borges.

Io che sentii l'orrore degli specchi
non solo davanti al cristallo impenetrabile
dove finisce e incomincia, inabitabile,
un impossibile spazio di riflessi

ma davanti all'acqua speculare che imita
l'altro azzurro nel suo profondo cielo
che a volte riga l'illurosio volo
dell'uccello inverso o che un tremito agita

e davanti alla superficie silenziosa
dell'ebano sottile la cui limpidezza
ripete come un sogno il biancore
di un vago marmo o di una vaga rosa,

oggi, dopo aver vagato tanti e perplessi
anni sotto la diversa luna,
mi domando quale caso della fortuna
ha fatto sì che io temessi gli specchi.

specchi di metallo, mascherato
specchio di mogano che nella foschia
del suo rosso crepuscolo sfuma
quel viso che guarda ed è guardato,

infiniti li vedo, elementari
esecutori di un antico patto, moltiplicare il mondo come l'atto
generativo, insonni e fatali.

Prolungano questo vano mondo incerto
nella loro vertiginosa ragnatela;
a volte nelle sere li appanna
l'alito di un uomo che non è morto.

Sta in agguato il cristallo. Se tra i quattro
muri dell'alcova c'è uno specchio,
non sono più solo. C'è un altro. C'è il riflesso
che un teatro segreto monta nell'alba.

Tutto accade e niente si ricorda
in quei gabinetti cristallini
dove, come fantastici rabbini, leggiamo i libri da destra a sinistra.

Claudio, re di una sera, re sognato,
non senti di essere un sogno fino a quel giorno
in cui un attore mimò la sua scelleratezza
con arte silenziosa, sopra un palco.

E' strano che ci siano sogni, che ci siano specchi,
che l'usuale e consumato reperetorio
di ogni giorno includa l'illisorio
orbe profondo che ordiscono i riflessi.

Dio (ho pensato) mette molta cura
in tutta quell'inafferrabile architettura
che la luce edifica con la limpidezza
del cristallo e l'ombra con il sogno.

Dio ha creato le notti che si armano
di sogni e le forme dello specchio
perché l'uomo senta che è riflesso
e vanità. Per questo ci allarmano.

Beneeeee / mercoledì, 28 novembre 2007 / 20:16 / Permalink
commenti (4) / commenti (4) [PopUp]

In ---> 021 gli specchi

No no. Niente da fare. Succede che a volte ci vuole anche di starsene in silenzio, così. Soprattutto quando qualcosa cambia piano. E c'è come attesa, per vedere che ne verrà mai fuori . Scriverlo, questo sarà dopo.
Beneeeee / mercoledì, 28 novembre 2007 / 18:32 / Permalink
commenti (1) / commenti (1) [PopUp]

In --->

C’è un mostro dentro di me. Disse la bambina, un mostro orribile che esce solo di notte.  Ma no, figurati no, ma che sciocchezze son queste, su non fare la bambina. Ma è quel che sono una bambina, rispose il visino ad una faccia adulta. Dai vedrai che dormirai bene stanotte, e non c’è nessun mostro, te lo giuro io. Io chi? Chiese il visino ancora. Io adulto, io tua mamma, io tuo papà, controbatterono, non senza un velo di perplessità. La bambina ristette. Ma il mostro c’è..tentò ancora. E’ dentro di me. Sguardo preoccupato tra i due adulti, che sia una cosa grave? La bambina potrebbe avere dei problemi con i coetanei..Sguardo di un attimo, intesa perfetta, chiusa la porta ne parleranno. Dopo però. Ora: e dove sarebbe questo mostro? Qui, in fondo alla pancia. In fondo alla pancia? Sì, proprio giù. E come mai uscirebbe solo di notte? La bambina è spaventata da quel condizionale che non capisce, di cui intuisce solo la sua forza disarmante. Perché è di notte che io non sono sveglia e lui può uscire. Uscire a far cosa? Lui esce e mi spaventa dentro. E come ti spaventa? Gli sguardi si sono ormai rasserenati incrociandosi, sono sempre carichi d’intesa, ma stavolta come a dire..'ah, la fantasia della nostra bimba'.  Mi fa male con una mano, bianca: pulita. Male che vedo prima tutto nero, e poi rosso, e poi torna dentro di me. Guarda che capita a tutti, anche ai grandi, di fare brutti sogni. Anche la tua mamma da piccola...ma sono solo incubi, non devi aver paura, sono solo incubi, solo incubi. Chi stanno provando a convincere? Sai le bambine grandi non hanno paura dei loro sogni. Le bambine grandi. Ma non è un sogno! Su su, dai la buonanotte al papà, vuoi che ti canti una ninna nanna? Visino incerto, che annuisce. Ecco qua, sotto le coperte da brava: Ninna nanna ninna oh, questa bimba a chi la do, la darò all’uomo nero che la tiene un mese intero…

Beneeeee / domenica, 25 novembre 2007 / 19:57 / Permalink
commenti (12) / commenti (12) [PopUp]

In ---> 020 pedagogia nera

E’ davvero vento. Arriva e un po’ te lo aspetti, che ti sconvolgerà.

Per lo meno, sei pronto ad esser spettinato e lo sai, che ti si coloreranno le guance- che arrossiranno appena,  sotto il suo passare. Porta sempre al pioggia con sé, la pioggia che mi consola,lui la trascina dietro di sé e scivola e bagna, rinfresca. E’ il suo esser vento quello che due anni fa mi ha aiutato ad alzare un po’ la testa. Quello che l’anno scorso mi ha accarezzata. Lui non lo sa, ma il mio vizio è  voltarmi, mentre parla e suona parole, voltarmi e osservare disegnarsi lentamente le emozioni, su ognuno. Ho visto occhi bianchi, quelli che infastidiscono e sfregiano con l’indifferenza anche il mio essere ragazza e studentessa.. Ma per lo più, ho visto profondità di sguardi, che quel vento rapisce colpisce, attraversa. E trascina nel suo essere musica. Le sue parole sono vere, e verità è quel che ci manca, quel che cercavamo, quel che mi ha dissetato. Forse per questo –come il vento, quando poi se ne va lascia sempre tracce d’altrove , lascia profumi e suoni che erano da un’altra parte e che lui rapisce e porta via, scia leggera in regalo per noi, che siamo le sue foglie. Foglie di carta. Ferisce, coltello alla mano. Sangue che scende, non puoi non ascoltare la falsità che ti è intorno scomparire e sgocciolare di rosso. Torno nei suoi occhi, che sono elettricità. La voglia di volare di un volo senza più catene, intorno a questi cieli che ancora non sanno le loro stagioni. E’ questo vento che arriva, spettina e colora. Poi scappa via, in cerca di nuove danze.E di altri occhi in cui fiorire.

Scivolano le mie dita su una copertina rossa, fogli bianchi a ticchettii neri dentro, come il tempo.

Il tempo di un orologio, segna un progredire inevitabile. Andare avanti poi è tutta un’altra cosa, è quel che devi fare, è quel che gli devi al vento. Per questo passaggio gentile a rinfrescarci, a rispettarci. A dirci che se solo si vuole, è un attimo, un battito, un niente davvero, inseguire quel sogno di esser leggeri.

Beneeeee / domenica, 25 novembre 2007 / 19:45 / Permalink
commenti (1) / commenti (1) [PopUp]

In ---> 019 24 novembre

Il fatto è questo. Ho rivisto Alice nel paese delle Meraviglie dopo anni. Ma anni eh..

E mi sono perfettamente ricordata perché mi avesse lasciato sempre dentro un senso finale di inquietudine, di agitazione, di boh. Me l’ha fatto ora quest’effetto, figuriamoci quando avevo cinque anni..quei personaggi...quelle strade..Non so via, mi inquieta.

E’ troppo stratificato. E mi hanno detto: ‘leggi il libro’…ma se la versione Disney mi turba, figuriamoci..

Però il Brucaliffo è meraviglioso. Esattevolmente meraviglioso.

 

 

Senza nome

Beneeeee / giovedì, 22 novembre 2007 / 18:19 / Permalink
commenti (9) / commenti (9) [PopUp]

In ---> 018 pomeriggi allindietro

Sala bianca e blu, come quelle d’attesa degli ospedali. Pulizia sterile, maniacale. Polvere solo negli angoli più nascosti, a cercarla ci si potrebbe perdere. Finestre: tende. Bianche ovviamente.

Silenzio. Passi ovattati di sopra, nel corridoio, passi sopra le scale, passi. Strano odore. Indefinito. Odore di pulito, di niente.  Di non vissuto.  Divani - comodissimi, a vedersi. Cuscini, tre blu, due bianchi. Silenzio. Dietro la porta a vetri, un giardino. Dietro al giardino, la strada. Dentro la porta a vetri: qualcosa si muove. Impercettibilmente, si muove. Una figura- sembra ovattata anche lei, sembra pulita da mano esperta anche lei, senza sbaffature di movenze, contorni perfettamente invisibili- una figura. Silenzio, alza un braccio, forte, con una mano, chiusa. Lo riabbassa, più niente.

Beneeeee / martedì, 20 novembre 2007 / 16:58 / Permalink
commenti (9) / commenti (9) [PopUp]

In ---> 017 sala bianca e blu

Come polvere, come polvere, come polvere

 

Viaggiare

                                  

                                   Viaggiare                   Viaggiare

 

 Come luce, luce, come luce

 

Colpire

                 

                        Colpire

 

Colpire

 

Come il fuoco, il fuoco, come fuoco

 

                    Arrossire

 

 Arrossire

                                            Arrossire

 

 

Come labbra, labbra, labbra

 

 

posare

 

             posare

            

                            posare

 

 

 Come maschere, maschere, le maschere

 

dormire, sorridere, dormire

 

 

Come strada, strada, come strada

 

                        continuare.. continuare.. continuare.

 

 

 

Beneeeee / lunedì, 19 novembre 2007 / 20:28 / Permalink
commenti (3) / commenti (3) [PopUp]

In ---> 016 come

danza-foto scarpette

Beneeeee / domenica, 18 novembre 2007 / 17:04 / Permalink
commenti (4) / commenti (4) [PopUp]

In ---> 015 ah niente

Stamani sono andata a vedere l’alba. L’ho cercata e l’ho trovata, al di là della montagna, al di là di questa montagna che arrossisce e ingrigisce senza lasciar tempo né spazio ad altro che al suo cambiare. Ho fissato gli alberi per minuti interi. Fino a che la testa non girava troppo.Fino a che non ho sentito le gambe che cedevano appena,cedevano e mi chiedevano un appiglio. Appiglio trovato.

Un ramo, che senza le sue tre fedeli foglie sarebbe stato nudo.Ma questo è il bello, loro c’erano e lui ancora aveva il dovere di rimanere sveglio, di non cedere al sonno, al torpore del freddo. Resisti, ho bisbigliato. Mentre da dietro schiariva senza fretta, senza voglia di nascere questo giorno, ma tenacemente in via d’avvio. Non credevo che le albe fossero così simili ai tramonti. Le immaginavo piene di vita e di voglia di vita, l’ho sentita nascere stanca invece, come un bimbo infastidito d’aver lasciato la caldissima alcova di un ventre materno. E come biasimarlo. Anche a me piace molto più la notte, e la luna. Non a caso vivo dalla parte dei tramonti. Non è un caso, che sia l’ora che preferisco quando scolora e si incupisce a strisce irregolari di nero e rosso e blu. E quando sono le nuvole a decidere la forma e a selezionare i ricordi.

Ho lasciato il ramo, appiglio validissimo, e ho cominciato ad esplorare. Cric cric..le foglie morte, sotto. Luce nuova, luce nuova, luce nuova. Mi sono sentita una lucertola, a raccogliere tutti i pezzi del primo calore, ancora tiepido, di certo insufficiente. Una lucertola, e il sangue dentro a rifluire lentamente. Ho pensato cose impossibili, cose assurde. Ho pensato alla fotosintesi clorofilliana, allo zucchero che diventa energia, e tutto per il sole. Ho pensato alla chimica del verde, e poi alla mia, che chimica strana siamo noi, che alchimia, che miscuglio di tutto che abbiamo dentro. E non è solo fisicità il nostro vivere, perché senza un dentro è inutile il fuori, almeno questo credo.

Sole piano sale. Me ne stavo ritta quasi come trasformata in un albero. Ed ecco un altro pensiero senza senso, che siano tutte persone che hanno cercato nel tempo l’alba, questi alberi che mi circondano? Persone immobilizzate in una posa d’attesa. Che sia?
Di certo. Ho avuto la sensazione grandiosa d’aver capito il segreto di tutto. Grandiosa. Eccolo il trucco, e l’ho scoperto io. Lo ammetto, mi sono anche sorrisa. Con le mani in tasca, e gli occhi sempre chiusi per scaldare le palpebre alla luce, e intorno tutto quello che ho già detto, ho solo teso qualche muscolo facciale. Involontariamente, questo è chiaro.

E all’ingiù. Chissà cosa direbbe di quest’alba, se fosse qui con me.

Chissà se capirebbe il filo delle mie fantasie innocue. Inutili, ma comunque innocue.

A chi fanno male, alla fine? Forse, abbasserebbe finalmente e definitivamente quelle sopracciglia da doppia personalità, e si concederebbe uno di quei suoi attimi in cui riesce a sentire le cose ancora prima di pensarle, e le vede così vere come sono, e le trasforma anche in uno sguardo molto più profondo, e suo. Che non sa, ma è meraviglioso. Forse, si concederebbe la sua semplicità. La sua completa semplicità.

Pensiero ad ogni passo, cambia la gamba che avanza, cambia il pensiero. Così via.

Misurando l’inizio di questa mattina, tornando verso la macchina. Tornando verso casa.

Nessuno di certo deve accorgersi della mia assenza.

Anche perché sembra che pesi di più della mia presenza.

Così, Buongiorno Giorno.

 

Beneeeee / domenica, 18 novembre 2007 / 13:16 / Permalink
commenti (5) / commenti (5) [PopUp]

In ---> 014 tracce