I miei buoni propositi per l'anno nuovo sono: imparare a parcheggiare e a mettere la quinta, fare pochissimi salini o assenze strategiche e quant'altro, e assentarmi dal mio impegno scolastico solo in caso di quasi morte prematura. D'altro canto, voglio applicare alla scuola il sacrosantissimo principio dell'economia: il maggior risultato con il minor sforzo possibile. Menefreghistarmi un po' di tutto, e dedicarmi solo ed esclusivamente al resto, quello che conta. Poi voglio imparare a cucinare, a parlare in inglese decentemente, a giocare a biliardo, a fare le spaccate in aria ( tzè!) e magari anche in terra, mangiare libri su libri, proseguire il mio cammino verso l' imperfezione, trovare un alberello che produce soldini al posto dei frutti (o, in alternativa, un lavoro) e partire per Parigi a settembre. Imparare a lavorare a maglia e a fare la lana cotta, liberarmi dalla dipendenza dalla cassetta degli Alunni del Sole, uccidere almeno un barboncino bianco, meglio se con qualche fiocco in testa. Poi voglio seminare nel mio giardino tantissimi girasoli a primavera. Ritentare la lettura di un Ammanniti ( mai riuscita) e finire di comprarmi tutti i libri di Benni, Pennac, Saramago, Miller e Dahl. Noto con piacere che ero partita con propositi seri, e finisco con desideri scazzoni. Oserei dire perfetto. :)
Spunta solo il naso dalle coperte, la punta infreddolita e ghiacciata. Tutto il resto del mio corpo è sotterrato dalle coperte, al riparo dalla notte che sbiadisce in chiarore.
Sbatto le palpebre, è mattina, l’ora di scuoter via gli ultimi frammenti di sogni impigliati tra le ciglia.
L’ora di cominciare.
Nel buio inizio a mettere a fuoco i contorni delle cose, un po’ riconoscendole un po’ immaginandole. La sicurezza di trovarsi, al proprio risveglio, in mezzo alle cose che sappiamo ancora prima di vedere: il mobile alla mia sinistra, il muro all’opposto, la luce, l’armadio, il sole dipinto sul soffitto.
Da sotto la porta entra uno spiffero gelato di luce. Tendo le orecchie e sento una casa già sveglia, i soliti passi nelle solite direzioni, un oggetto che cade senza il silenzio a scoprirlo.
E’ mattina. Tra poco mi alzerò, butterò le gambe fuori dal letto e poi tutto il resto del corpo, mi alzerò, aprirò la finestra, mi stropiccerò gli occhi e accenderò lo stereo, mi alzerò e rotolerò fino in cucina per il mio caffèlatte, abbraccerò il mio cane e dividerò il mio biscotto per dargliene metà. Tra poco mi alzerò e reciterò il mio rituale, le azioni che si ripetono sempre nel solito ordine, un copione sempre uguale, e che a me piace così, il mio bisogno di certezze.
Tra poco mi alzerò e nulla cambierà rispetto a tutte le altre mattine..ma ora mi lascio ancora qualche minuto. Sotto le coperte, nel dormiveglia della mia voce roca e del mio pensare fluttuante, morbido: curvo. L’aria è fredda, entra fredda ma arriva calda al mio respiro, passando dalle narici, giù lungo la faringe la trachea e quant’altro. Se voglio posso sentire il mio sangue raccogliere il peso dell’ossigeno e portarlo ovunque nel mio corpo.
Chiudo gli occhi e ascolto solo il ritmo del mio respiro.
Solo quello.
Il mio respiro.
D’ improvviso sono una bolla d’aria, una bolla, sono un niente di rotondità. Sento il mio corpo perdere peso, lo sento diventare inconsistente, prima i piedi e le gambe, poi il busto e le braccia e le spalle, per ultima la testa, che si dissolve con un piccolo ‘puff’ ad effetto.
Leggera, sono senza materia. E salgo, salgo.
Salgo,
atrraverso il sole sul mio soffitto e poi il tetto.
Salgo,
ancora più su e l’unica cosa che sento è il mio respiro, è una bella giornata, né calda né fredda. Il cielo è tutto per me, e io posso cominciare a giocarci, posso spostarmi, gironzolare. Il mio corpo non ha corpo.
Quel che vedo in basso non mi sorprende, quel che vedo dall’alto è quello che immaginavo si vedesse.
C’è una strada, piena di persone che camminano e che sono occhi, mani, numeri, procedono disordinati, in file disordinate, si schivano, si rincorrono, si perdono e si rincontrano.
Cerco tra loro il suo profumo, e mi sembra di averlo trovato, ma è un attimo e già è scivolato via.
Allora me ne vado e il morbido di una nuvola mi consola in un abbraccio materno. Se me l’avessero detto, non ci avrei creduto, ma se ci pensi un attimo un senso ce l’ha, anche il cielo a volte ha bisogno di un rifugio e mi sta prestando il suo, adesso, mi sta prestando il petto di una nuvola.
Lontano il mare, e vicinissimi gli alberi. Tutto in inverno.
Non è più divertente rotolare là da sola, mi viene voglia di tornare.
Mi aggrappo ad un tetto e mi siedo, ho le vertigini ma mi viene da ridere, alla fine non sono mai stata così alta. Un attimo, e sento le mie gambe che cominciano a crescere, crescere.. si allungano a dismisura, un niente che si affila, riesci a immaginarlo?, un filo che non c'è e che si srotola. Sono chilometriche ormai, posso toccare terra stando seduta sul rosso delle tegole, sensazione meravigliosa, di quando hai l'aria tra le mani.
Mi alzo e scavalco una via intera: per lungo.
Il mio collo e le mie spalle traffiggono le nuvole e il loro esser morbidezza assoluta. Che strano, su una di esse sta appoggiato un secchiello pieno di sabbia, e in quella accanto una paletta gialla.
Strano.. che sia, davvero?
La mia testa è al di sopra del loro bianco. E' nel completo blu. Le mie mani sfiorano le case ed un albero, i miei piedi hanno scelto un giardino per riposare.
Respiro.
Penso che sarebbe bello, ora, tornare ad esser quella bolla d'aria.
Un niente, e sono di nuovo la stessa rotondità, un cerchio minuscolo come quelli con cui giocano i bambini, che dentro ci vedi l'arcobaleno riflesso, e comincio a scendere piano.
Scendo, a zig zag, non decido io il mio percorso ma aria che intuisco senza inalare. Sento solo il mio petto che si abbassa e si alza, si abbassa e si alza.
Scendo. Piano.
E mi poso sul mio corpo. Apro gli occhi, piano, sono qui, piano.
Scuoto le palpebre -un sospiro- cadono sparsi pezzi di bianco e blu sul cuscino.
E' mattina.
Una mano scivola a controllare le gambe: tutto a posto, niente di chilometrico, anzi.
Struscio il naso contro il piumone e sorrido.
E' mattina ed è Natale. Auguri Bene.
Poi mi alzo.
Sono occhi.
Cosa?
Ma sì, dai, gli occhi. Quando guardano altrove..
Ah.
..e non dicono, bisbigliano.
Ma certo, certo lo so. Che era solo di passaggio. Un passante,
uno sconosciuto.
Ma no, che dici no. Mai più. Non lo incrocerò, certo no. Sarebbe proprio..
Come? Bellissimo. Era bellissimo.
L’altrove più bello che io abbia visto,
in tutta la mia vita,
negli occhi di uno sconosciuto.
E’ tardi, sì.
A domani allora. Dolcenotte.
Rosso
a tracce discontinue
su una mano
a linee regolari
controllo
rosso
su pelle
bianca

Ci sono delle luci intorno a me. Nevica piano e scivola tra i lampioni la sera, è inverno. Lo senti nell’aria, e nel camino che brucia. Da in fondo alla strada, l’odore di casa: il pane secco gettato nel fuoco, una tradizione che chissà da dove arriva, e che riempie le stanze di un odore solo suo. Cammino senza troppa fretta, con la schiena irrigidita e il collo piegato, la testa nascosta sotto strati di lana a righe, le mani scomparse dentro il blu di un maglione. Penso. Intorno a me ci sono delle luci, difficili da spengere. Ci sono luci gentili, ma che non si vogliono spengere, in occhi che resistono. Non sono salvi, quegli occhi, li guardavo stamani due così, sono color miele, e sono tristi a tratti, ma vivi. Sono luci che il doversi ritrovar grandi senza possibilità d’altro non ha spento, che si sono rivolte altrove e sono guarite attraverso il gioco di una fantasia invidiabile. E’ strano, quel che penso, c’è qualcosa di più vivo di tutto il resto, qualcosa che comunque resiste, non demorde e supera le sue spine, aprendosi in petali, candidi. Come se questa neve coprisse un fiore, e una volta sciolta, lo rivelasse ancora vivo, pronto a ricominciare proprio dal suo respiro. Guardavo, stamani, quegli occhi brillare accanto a me, mentre mi raccontavano una delle loro storie impossibili, sottovoce, nel nascondiglio mimetico di un angolo di un’aula, e ne ho sentito tutto l’amore. Ne ho sentito il bisogno di esistere, e di riderci su. Ho sentito che erano qualcosa di speciale, una meraviglia fragilissima. Una perla rara.
Cammino ancora verso casa, passi calmissimi, stavolta sono due occhi pungenti a farsi largo tra la neve, due occhi spietati di intelligenza, consapevoli, quanto veri. Due occhi ritrovati, che quasi nessun’ altro, e di questo vado fiera, ha visto splendere in quel modo. Sanno guardarmi e sanno sentirmi, e si fanno strada, tra una sincerità e l’altra, tra quelle strade che qui confondono e smarriscono, impaurite da tanta semplicità. Fa paura la sincerità, troppo spesso viene scambiata dagli scettici per falsità, ed è un vero peccato. Quegli occhi sono magici, e sanno lottare contro le immagini che sempre ne escono vinte, straziate e stravolte: mai una volta che riescano a entrare così come sono, sempre, di mezzo, c’è quello sguardo che non vede, ma trasforma tutto in qualcosa di più acceso.
So che fra la neve, e il profumo del pane bruciato, stasera ho trovato qualcosa di gentile nel mondo, qualcosa che mi ha voluto regalare, e che mi ha allentato la tensione nella schiena, schiarito le linee del collo, ha lasciato che le mani si gelassero all’aria come è giusto che sia in inverno, ha lasciato che non avessi paura di camminare, di tornare, di aver freddo. Sono appigli enormi, gli occhi così. Sono pietre e corde, per me.
Ho visto una donna bellissima con gli occhi bendati
in piedi sui gradini di un tempio di marmo.
Moltitudini passavano davanti a lei,
verso di lei alzando i volti imploranti.
Nella mano sinistra impugnava una spada.
Brandendo la spada colpiva
a volte un bambino, ancora un lavoratore,
ancora una donna in fuga, ancora un lunatico.
Nella mano destra reggeva una bilancia:
sulla bilancia gettavano monete d'oro
coloro che avevano schivato i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse un cartiglio:
"Lei non rispetta nessuno".
Poi un giovane con un berretto rosso
balzò al suo fianco e strappò via la benda.
Ed ecco, le ciglia erano state corrose
dal marciume delle palpebre;
i bulbi oculari erano raggrinziti da un muco lattiginoso;
la pazzia di un'anima morente
era scritta sul suo volto -
Ma la moltitudine vide perchè
lei portava la benda.
"Antologia di Spoon River", E. L. Masters