Mi è piaciuto questo ritorno, guidare incontro al tramonto, come a volerlo raggiungere, scoprirlo un po' di più dopo ogni curva e vederne l'arrivo lento, il declino rosso. Mi è piaciuto guidare su una strada quasi deserta con un sottofondo di canzoni che mi scivolavano sotto senza farsi sentire, le parole memorizzate che vivevano come d'eco là dentro, nella mia macchina.
Pezzi di rosa, rosa caramella gommosa, e pezzi di giallo: sopra. Poi ancora: uno straccio grigio, come asfalto, come non fosse cielo ma specchio. Poi sfilacciate nuvole, e una più lontana, simile ad uno scarabocchio, di quelli da inizio pagina, quando la prima parola proprio non viene. Guidavo ed era come se guidassi attraverso i miei pensieri, un volante per direzionarli, un freno per gustarmeli. Scorrevano paesaggi familiari -il Monte Labbro sullo sfondo, e scorrevo io. Ho camminato dentro tutta me, ho camminato diciannove anni di me. Ho camminato facce e parole, ho camminato e curvato là dove già una volta avevo deciso di curvare. Ho rivisto gli incroci. Ho visto, con il cielo sempre più rosso, la completezza. Ho sentito esplodere una serenità d'aria, la sensazione d'aver chiuso qualcosa, un cerchio forse, di aver finalamente intuito un perchè. Non ho trovato una ragione d'essere oggi, ma ho trovato il segno che niente è andato buttato, che tutto è servito, che dopo tanto sforzo e fatica e amarezza, forse sì, esiste davvero qualcosa chiamato ricompensa. Qualcosa che dice che ciò che è stato doloroso è stato anche utile, e non solo a vista mia. Stracci sempre più viola, con sfumature di blu. Viaggio verso il tramonto.. eppure io il tramonto non lo voglio raggiungere. Cioè, scusatemi, ma non mi interessa raggiungere quel che inseguo. MI interessa muovermi verso di lui, mi interessano questi viaggi e questo camminare, ma toccarlo no, non mi darebbe la stessa felicità, ne sono sicura. Mi piace la sfida. Non voglio l'irraggiungibile tra le mani, solo questo percorso che scioglie parole e paure dentro me, solo questa serenità che è esplosa silenziosa, ed è una bomba gentile, brucia da dentro e mi scalda le guance..lo vedi? lo vedi come sono rosse, e piene di vita.
Rosse tramonto che non raggiungerò. Rosso tramonto che continuamente inseguirò.
Viaggio rotondo.
Ci sono piccole delusioni. Ci sono piccole mancanze. Ci sono due o tre parole di troppo, o in meno. Ci sono piccole scintille che non arrivano al fuoco, ci sono cadute che non trovano sostegno, o sostegni che nessuno richiede. Ci sono pregiudizi, e ci sono gli sforzi per non suscitarli. Ci sono piccole lontananze che sembrano illimitate e grandi distanze che non esistono. Ci sono limiti, e doveri, e obblighi, e dita puntate, più dentro che fuori, ci sono sensi di colpa, e i sensi di colpa sono tutta merda, ci sono consigli che si danno e che si ricevono, e di entrambi c'è il sentirne l'inutilità completa. Ci sono piccole gioie, un cenno non previsto, e ci sono piccole tristezze. C'è di tutto, dosato a piccole porzioni. Niente di eclatante, niente di enorme, niente di gigantesco. Tutto calibrato, in un equilibrio che mi sorprende. Tutto logico, tutto compiuto, anche l' inconsistente. Piccole emozioni e piccole soddisfazioni, piccole certezze e piccole debolezze. Una fragilità di rosa, con petali ferrei. Tutto che torna. Prima sole, poi luna, sempre uguale, tutto torna, alzarsi cominciare- coricarsi per concludere, e tutto perfettamente mio. Piccolezze che nemmeno riesco a cogliere. Abitudini che come tali mi scivolano senza dar segno. Piccola delusione, oggi. Che ancora di più mi apre gli occhi.
non fosse altro per quello sguardo attento e vigile, che punta altrove-
può una vita esistere due volte?
Ad essere sincero io non so
se esistono le cose
non so se vanno male o bene
se tutto è un’illusione
ad essere sincero io non so nemmeno
se anche le persone
coi loro sentimenti e la ragione
esistono davvero.
Io non so niente, ma mi sembra che ogni cosa
nell’aria e nella luce
debba essere felice
io non so niente, ma mi sembra che due corpi
nel buio di una stanza
debba essere esistenza.
E gli alberi le spiagge e i cani e i gatti
e strani oggetti che cito alla rinfusa
il pendolo, la stanza, la tua poltrona rosa
le carte dei tarocchi e poi gli eterni scacchi
il vecchio libro cuore
e un acquerello di mia madre
col solito fiore
e poi lo specchio rosso
su cui splende un’illusoria aurora
chissà se è mai esistito
chissà se esiste
ora.
Io non so niente, ma mi sembra che ogni cosa
nell’aria e nella luce
debba essere felice
io non so niente, ma mi sembra che due corpi
nel buio di una stanza
debba essere esistenza.
Gaber
Ci sono dei giorni che devo scrivere. Fuori è mattina, e il sole ha sorpreso tutti. Sole che si esce senza sciarpa e nel cortile tutti strizzano gli occhi, abituati al buio di ricreazioni invernali.
Oggi no, hai visto che giornata? Non ci si crede, quasi. Sembra segno di un qualche volere. Penso che qualcuno, fosse qui a goderselo con me, direbbe che infonde un'energia estremamente positiva.
Ma mi giro e nessuno dice frasi così intelligenti, solo vacui sorrisi accennati, in occhi che sfuggono ancora prima di voler sfuggire, e in gesti che nascondono quel che non vorrebbero mai dire. Perfetto. Mattina perfetta. Sorseggio aria, in questi dieci minuti di intervallo, sorseggio un albero, la solita vecchia che passa. Senza cane, oggi. E' una vecchietta arricciata sul suo petto. Non so che viso abbia, mi si presenta sempre solo il suo profilo all'ingiù.
Sembra quasi impossibile che sia passato così tanto tempo. Ricordo che era molto più grande, e molto più temibile questo cortile,che quasi mai mi ci affacciavo, e se lo facevo ero sorretta da due o tre altre amiche impaurite quanto me, compattate in un branco, chè il numero fa la differenza, comunque. Come per i pesci.
Mi riguardo passare e mi faccio tenerezza, ero piccola sul serio. Nemmeno sembravo. Una presenza assenza, mai certi che fossi realmente lì. Ricordo il timore, gli sguardi d'indifferenza verso altri sguardi d'indifferenza. Poi le cose cambiano, che vuoi, c'è sempre un angolo di strada che lo giri e ti ritrovi a non ricordarti cosa c'era prima. Mi rendo conto solo ora, e fuori continua ad esserci il sole, del mio esser mutata tra le sue mani. Non più spettatrice discreta del mondo, ma personaggio, protagonista, di tutta me. Mi diverto, e non sai quanto, a inventarmi ogni giorno. Ogni mattina diversa, vestita di un colore diverso, o con un chissacchè di diverso. In costante evoluzione. Fuori e dentro. Mi rendo conto ora, guarda: nemmeno una nuvola, che non ho mai percorso tanta strada come da quando. Ieri pioveva, sono uscita di casa di corsa, in ritardo perenne con il resto del mondo, e mi sono scontrata con un muro bianco di nebbia, di quelle che non vedi da lì a lì. Sono uscita rabbrividendo, anche se non te ne accorgi la nebbia ti si posa addosso, si posa il suo umido sui capelli, sulle guance, sulle labbra.
Gocce sulle labbra. Ricordano qualcosa che non so dire. Ché poi sarebbe bello davvero, essere solo un personaggio di un libro e leggersi vivere. Sarebbe bello, o solo meno difficile, ecco sì: più comodo.
Perchè vivere in prima persona non è cosa semplice, questo sia chiaro, e io non l'ho mai fatto. Ho trovato tante parole per dirmi, ma nemmeno ci ho provato mai a svelarmi. Dicono che butto in faccia agli altri il mio mondo, ma non vedo come questo sia possibile, forse quel che si vede sembra essere tutto di me, ma non è che una percentuale ridicola, e il restante rimane tra le mie mani, come gioiello. Se lo perdo di vista, entro nel panico, se lo stringo riesco a sentirmi, se lo perdo so che lontano non è.
Ma cosa dice questo qua? Ma scherziamo davvero..con una giornata così, e la finestra accanto, il sole, (ieri c'era una nebbia che non ti dico), il foglio bianco che riflette i raggi, ma credi davvero che sia possibile
ascoltare
rimanere qui? "..et les vitres redeviennent sable /l'encre redevient eau/ les pupitres redeviennent arbres/ la craie redevient falaise /le porte-plume redevient oiseau".
Io se fossi Io
e sotto tutto quel che ne viene, di conseguenza.
Equilibri incroci gusci semi.
Ferri legni cancelli lampioni.
Zio sensazione acqua cavallo.
Giocosa monti corda terreno.
Pozzo incenso luna sedia.
Castello albero viola coniglio.
Fragilità sguardi comprenderli.
Sicurezza sorrisi, accettarli.
Quanta stanchezza, nel non saper più scrivere. Nell'aver perso le parole. Quanta sporcizia, e rabbia. Quanto desiderio d'altro, d'oltre, d'infinito. Rincorro un orizzonte dentro me, che mi fa camminare, ma continuo a voltarmi terrorizzata da quello che ho abbandonato. Cancello a colpi di penna decisa, provo a ritracciare tutto, me per prima. Vorrei solo saperlo dire, avere il conforto della mia mano. Sono confusa, lo ammetto. Riuscirò a districare i fili, a ricollegare l'inizio e la fine di ogni cosa. A sciogliere i nodi. Lascio cadere questa giornata, tra le tante di questo periodo scombussolato. E non ho paura, in fondo, anzi. So ancora che ci sono angoli per me, per quando vorrò rannicchiarmi e coccolarmi. Rifugi strategici, nessuno li conosce. Non voglio avere paura, voglio solo sciogliere il sogno gentile che credo possa essere la mia vita. E soprattutto, non voglio questo disincanto totale, che mi rende lucida e capace di cavarmela perfettamente in ogni situazione, ma che mi ha tolto tutto il divertimento. Se mi guardo indietro, vedo tutto scomposto, come le foto ritoccate che lasciano spazi tra particolari di una stessa immagine. Avevo persino i capelli lunghi, e credevo fermamente in troppe cose. Tipo Don Chisciotte. E' stanchezza, o forse solo crescere, o forse solo stare in piedi. Ma mi piaceva davvero, avere un nome e una storia per tutto. Torneranno, come sempre. E io aspetto senza fretta, schizofrenicamente, che torni il mio essere altra me.
Cena in famiglia. Mio fratello si alza, prende una sciarpa e con gesto solenne se la mette al collo. Ma che fai? Gli chiedo, sembra in procinto di dir messa. Racconto una fanfòla, mi risponde. Una riscoperta meravigliosa, avevo scordato quanto fossero divertenti le fanfòle. Sono parole giocate. Da leggere necessariamente ad alta voce, e con calma, da sorseggiare. " Le parole non infliano le cose come frecce, ma le sfiorano,come piume o colpi di brezza, o raggi di sole, dando luogo a molteplici diffrazioni, a richiami armonici,a cromatismi polivalenti.." eccetera eccetera. Quando il suono dice tutto.. Fosco Maraini. Signore e signori, a voi: le Fanfòle.
Ballo
Vorrtègida e festuglia o dulcibana
e sdrìllera che sdràllero! Sul fizio
la musica ci zùnfrega e ci sdrana
con tròdige buriagico e rubizio.
Lo sai che gli occhi gneschi e turchidiosi
son come abissi volvoli e maligi?
Lo sai che nei bluàgnoli miriosi
tracàgero con lèfane deligi?
Ah sdìllera che sdràallero, mummurra
parole lampigiane ed umbralìe,
t’ascolto lucifuso nell’azzurra
voragine d’un’alba di bugie.
Allora si girò, e mi squadrò con il suo sguardo chirurgico. Sentivo che stava contando tutte le costole. Si girò solo di profilo, cosicché l’occhio arrivasse ancora più spietato dritto nel mio. Era decisamente grigio. Ti racconto una storia, disse. Così la smetti di sparare cazzate a zero, aggiunse.
Completò il giro e mi ritrovai piantato all’altezza della fronte quel fascio che chiamare sguardo è riduttivo. Quel raggio X. Sigaretta che arriva alle sue labbra, vi sparisce, vi riappare. Dita ingiallite sulla punta, stringono ferme il loro prolungamento da 3 e 60 al pacchetto, e me lo porgono: è un gesto che non posso rifiutare.
Racconta, dico in una nuvola. Ho conosciuto una ragazza, una volta, muta. Aveva un udito finissimo, ricordo che sentiva arrivare le macchine dieci minuti prima che tutti potessero effettivamente vederle, aveva una vista incredibile, da civetta, ma era muta. Muta.
Non poteva parlare. Né mamma, né pappa, mai nemmeno una parola, niente, nisba, nada! Ricordo che girava con un blocchetto dietro, sempre, altissimo, con fogli consumati e nuovi, più nuovi che consumati, e una penna. Comunicava così, scriveva. Perché era muta. Una volta le chiesi perché non si comprasse un blocchetto più leggero, più pratico. Non mi scrisse nulla, ma mi fece leggere la prima pagina di quel suo qudernone: ‘ho fame’, c’era scritto ‘ho fame’, con la grafia grossa e incerta di un bambino: ‘ho fame’. Prendeva tutto il foglio, pennarello viola: ‘ho fame’. Quella donna si portava dietro tutto quel che aveva detto. Fin dalla prima pagina.
Sorseggiavo di striscio la sigaretta che non le avevo restituito. Nemmeno mi guardava, lei, ed era un bene, perchè non avrei sopportato che raccontasse la storia piantando i suoi specchi grigi addosso al mio stare in ascolto.
Riesci a pensarlo? Di avere dietro con te, e di poter rileggere in qualsiasi momento, tutto quello che hai detto. Riesci a capire, quanto si sentisse fortunata? Questo mi scrisse, io so chi sono così, mi scrisse. E capisci come ci sono rimasta io. Ammutolita. Ha tolto le parole anche a me, immaginalo. Te chiedi una cosa banale così e ti rispondono con
Non riesco a immaginarlo, ovviamente, ma ci provo, certo, mi sforzo. No: niente.
Continua, le dico.
Cosa? dice lei, la storia, continua la tua storia.
No niente, è finita.
Mezzo profilo, e un occhio che mi cerca sfuggente, e dannatamente trionfante.