Manca la luce qui, guasto generale dicono.La cosa ha provocato uno scompiglio terribile,come quando da bambina infilavo stecchetti infiammati dentro ai formicai, pura cattiveria, il caos che ne usciva, la frenesia, lo stordimento, le direzioni a casaccio. "Caos informe di forme all'apparenza armoniose." Qui sembrano tutti sbattere contro uno spigolo, puoi cronometrare il tempo, l'imprecazione arriverà. E sembra che tutti abbiano qualcosa di molto urgente da fare, per cui è ovviamente indispensabile l'elemento mancante,e tutti con lo stesso commento in bocca, e tra il cappello e la sciarpa.. ' dell'importanza delle cose ti accorgi solo quando mancano'. Che, per carità, è una giustissima via di pensiero. La mia è leggermente diversa, facendo parte io di quelle persone che amano la sorpresa di ritrovarle, le cose- come è stato per la danza, come è stato per la neve stamani- di quelle persone che si accorgono del valore del perduto nel momento in cui lo ritrovano. Forse è stata una causa di forza maggiore a condurmi a ciò, ovvero il mio costante perdere tutto e ovunque. In effetti, se fossi dell'altra scuola di pensiero, vivrei alquanto poco serenamente. Tant'è. La luce non torna, e a me piace così. Prende tutto forma diversa nella penombra.Passi davanti ad uno specchio, e sussulti al vedere il riflesso della candela, che è ovvio non ti aspetti, anche se ce l'hai in mano,ma è tutto veramente irreale, e la seconda occhiata allo specchio è per controllare che non ci sia nessun'altro dietro di te, nessun uomo nero, nessuno nascosto nell'ombra dell' ombra. E quindi scendi al piano di sotto,dove si avvicendano le facce congelate, e non solo dal freddo, dei vicini ma dove, soprattutto, c'è il camino. Mi ci rannicchio sopra, come tante volte ho fatto, è un senso di protezione che viene dal passato -passato, da quando ci si raccontavano le favole intorno, svegli finchè era il fuoco ad esser sveglio, e forse era l'unico momento a cui era concesso ai più di tornare ai loro ruoli: i bambini ai bambini e gli adulti agli adulti. Forse era proprio quella la fiaba più dolce. Mi racconta mio padre che loro sfilavano maglioni vecchi di fronte al camino, loro sfilavano e mia nonna filava racconti per loro invece, ed entrambi per farne -coperte. Fuori non è ancora del tutto buio, ingrigisce piano, ma è il velo di neve che riesce ancora in un minimo di luce. E si disegnano i contorni, per contrasto. Meraviglia: le cose e la loro forma, come quando all'asilo apprendi prima a tracciare i contorni, poi ad aggiungere qualche elemento più preciso, poi sempre più a definere e a colorare, e alla fine a scrivere le lettere per dar un nome e una precisa esistenza, alla cosa che hai disegnato. Forse oggi, guardo fuori, e posso riniziare daccapo. E' un'atmosfera d'attesa, e questo è quel che più mi piace, d'attesa e di silenzio perchè non c'è nessuno stereo, nè una televisione. E anche le voci si abbassano influenzate da questo tono inconsistente, di giornata in bianco e nero. Che poi, è una cosa che ho sempre pensato, che più chi parla bisbiglia, più viene ascoltato. E' la legge del contrasto, come succede ora per le forme: meno si vede, e solo s'intuisce, e più chiediamo agli occhi uno sforzo, perchè ci incuriosisce terribilmente quel che sfugge e non s'afferra. Ora il quadro è completo: tra la cima nera degli alberi della pineta e il cielo grigioblu c'è la luna. Spicchio per di qua.. decisamente, per di qua.
E' tornata la luce. E questo è il punto in cui aprirò un libro e mi ci infilerò dentro.












