Allora si girò, e mi squadrò con il suo sguardo chirurgico. Sentivo che stava contando tutte le costole. Si girò solo di profilo, cosicché l’occhio arrivasse ancora più spietato dritto nel mio. Era decisamente grigio. Ti racconto una storia, disse. Così la smetti di sparare cazzate a zero, aggiunse.
Completò il giro e mi ritrovai piantato all’altezza della fronte quel fascio che chiamare sguardo è riduttivo. Quel raggio X. Sigaretta che arriva alle sue labbra, vi sparisce, vi riappare. Dita ingiallite sulla punta, stringono ferme il loro prolungamento da 3 e 60 al pacchetto, e me lo porgono: è un gesto che non posso rifiutare.
Racconta, dico in una nuvola. Ho conosciuto una ragazza, una volta, muta. Aveva un udito finissimo, ricordo che sentiva arrivare le macchine dieci minuti prima che tutti potessero effettivamente vederle, aveva una vista incredibile, da civetta, ma era muta. Muta.
Non poteva parlare. Né mamma, né pappa, mai nemmeno una parola, niente, nisba, nada! Ricordo che girava con un blocchetto dietro, sempre, altissimo, con fogli consumati e nuovi, più nuovi che consumati, e una penna. Comunicava così, scriveva. Perché era muta. Una volta le chiesi perché non si comprasse un blocchetto più leggero, più pratico. Non mi scrisse nulla, ma mi fece leggere la prima pagina di quel suo qudernone: ‘ho fame’, c’era scritto ‘ho fame’, con la grafia grossa e incerta di un bambino: ‘ho fame’. Prendeva tutto il foglio, pennarello viola: ‘ho fame’. Quella donna si portava dietro tutto quel che aveva detto. Fin dalla prima pagina.
Sorseggiavo di striscio la sigaretta che non le avevo restituito. Nemmeno mi guardava, lei, ed era un bene, perchè non avrei sopportato che raccontasse la storia piantando i suoi specchi grigi addosso al mio stare in ascolto.
Riesci a pensarlo? Di avere dietro con te, e di poter rileggere in qualsiasi momento, tutto quello che hai detto. Riesci a capire, quanto si sentisse fortunata? Questo mi scrisse, io so chi sono così, mi scrisse. E capisci come ci sono rimasta io. Ammutolita. Ha tolto le parole anche a me, immaginalo. Te chiedi una cosa banale così e ti rispondono con
Non riesco a immaginarlo, ovviamente, ma ci provo, certo, mi sforzo. No: niente.
Continua, le dico.
Cosa? dice lei, la storia, continua la tua storia.
No niente, è finita.
Mezzo profilo, e un occhio che mi cerca sfuggente, e dannatamente trionfante.












