Ho visto una fila giusta, allungarsi in direzione di un prato. Li ho visti camminare, ed io ero in mezzo a loro. Li ho visti, c'erano tutti quelli che albergavano nei suoi sogni. Un giorno si è alzata e mi ha detto- tu sei ancora viva. Io ho pelle che muore, tu no. C'erano tutti, quello che l'aveva umiliata, quello che l'aveva cresciuta, lei che l'aveva tradita, lui che l'aveva violentata, loro che non erano stati a sentirla. A snodarsi, con il viso contratto in un'espressione di tristezza, i carnefici che accompagnano la loro vittima e si dispiacciono un po', in questo cielo che splende anche d'inverno. Due e due soltanto, vicino a me, ho visto con il volto ripiegato, l'alito sul petto e le mani a sudare quello che gli occhi, a volte, non riescono. Due e due soltanto, senza il bisgono di dire, a guardare la sua rabbia e il suo patire dipanarsi in una giustissima fila di facce allineate. Ho sentito quell'urlo che mi lacera la notte ancora, lo stesso di quando si alzava in pieno sonno sudata e tremante e cercavo di consolarla. Inutilmente. Ne ho sentito la mancanza, reale, quando poi ad un certo punto il cielo è stato ancora più azzurro, e i passi sempre più stretti, il cancello si è aperto, e tutti si sono disposti in un semicerchio tremendo, e l'ho sentita biascicare che non ce li voleva, quelle facce lì, ad accompagnarla anche là dentro. Non mi hanno forse usata abbastanza? Sentivo la sua domanda, e credetemi pazza, lo sono, lei era lì dentro in una chiusura che soffoca anche i vivi, e io continuavo ad ascoltarla. Con un vetro piantato nel diaframma, la ascoltavo. Come un vetro piantato in un orecchio, la ascoltavo. L'unica cosa era il desiderio di tornare indietro, per provare ad aiutarla. Quando tutto questo finisce, e senti una bara cigolare verso terra. Quando tutto questo cade e si getta, e due e due persone soltanto sanno cosa è andato perduto e perchè.Tre con me, che il vuoto mi lacera, che la nostalgia già mi avvicina alla terra dove l'ho lasciata posarsi. Tonfo sordo, come corpo morto cade. Non ci credo, che ancora mi difendo con altre parole. Lei ha sorriso di me, che mi sono rifugiata in fondo alla fila, mentre tutti gettavano fiori, e i fiori erano le loro scuse in ritardo, forse: io lo spero. Ha sorriso e ha continuato a sorridere quando anche gli altri due mi hanno raggiunto, e ci siamo voltati, con fare addormentato, in quella luce che ci stava proprio bene, sole di febbraio, tra l'inverno e la primavera, quando mi sono voltata e non l'avevo mai fatto, e li ho visti lì, tutti, intorno a lei che sottoterra rideva cristallinamente, proprio di tutte quelle facce, e rideva, perchè una vendetta si compie lenta, perchè chi è più sadico sa aspettare il momento giusto per  colpire. Risata gentile, se la sai ascoltare. Un pezzo di loro se l'è portato dietro con sè, giù in fondo. Io spero.

Beneeeee / lunedì, 11 febbraio 2008 / 15:39 / Permalink
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